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sabato 25 settembre 2021

Dal 15 ottobre fine allo smart working per i dipendenti della Pa

ROMA - Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha firmato il Dpcm che mette fine al lavoro agile per i dipendenti della pubblica amministrazione. Si tornerà negli uffici, ma nel massimo rispetto delle misure di sicurezza anti-Covid. Le P.a. assicureranno che il ritorno in presenza avvenga in condizioni di sicurezza, nel rispetto delle misure anti Covid-19.

"Con la firma del presidente del Consiglio decreto che fa cessare il lavoro agile come modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nella Pubblica amministrazione, sottolinea, - afferma il ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta - si apre l'era di una nuova normalità e si completa il quadro avviato con l'estensione dell'obbligo di green pass a tutto il mondo del lavoro: dal 15 ottobre i dipendenti pubblici torneranno in presenza, e in sicurezza".

"Con successivo decreto ministeriale, aggiunge, fornirò apposite indicazioni operative affinché il rientro negli uffici sia rispettoso delle misure di contrasto al Covid-19 e coerente con la sostenibilità del sistema dei trasporti. Nel frattempo, sono in corso le trattative per i rinnovi dei contratti pubblici, che garantiranno, una volta concluse, una regolazione puntuale dello smart working.

sabato 4 settembre 2021

Sportelli P.a., Cgia: negli ultimi 20 anni code più lunghe. Il Covid le ha azzerate, ma i tempi di erogazione dei servizi sono aumentati


MESTRE - In questi ultimi anni, fa sapere l’Ufficio studi della CGIA, la fila agli sportelli pubblici ha continuato ad allungarsi, almeno fino all’avvento del Covid. Ancorchè ogni ente dello Stato disponga da tempo di un sito internet dal quale si possono scaricare moduli, atti, certificati e, se necessario, ogni utente può inviare digitalmente gli stessi alla struttura richiedente, negli ultimi 20 anni chi, invece, è stato costretto a recarsi fisicamente ad uno sportello di una ASL o presso l’ufficio anagrafe del proprio Comune ha visto aumentare i tempi di attesa prima di poter iniziare a interloquire con un impiegato pubblico. Idealmente, è come se tra il 1999 e il 2019 la fila davanti a noi si fosse allungata in entrambi i casi di 20 persone.

Il Covid ha tagliato le code, ma si sono allungati i tempi di erogazione dei servizi

Con l’avvento del Covid, però, le cose sono cambiate completamente. Sebbene non ci sia ancora nessun riscontro statistico, la pandemia ha sicuramente eliminato le code. Ma, come era inevitabile, i tempi di risposta della pubblica Amministrazione sono aumentati. Molti uffici pubblici, infatti, hanno stravolto le modalità di accesso ai servizi da parte degli utenti. Complice il ricorso di molti addetti allo smart working, tanti enti hanno chiuso gli sportelli e hanno opportunamente iniziato a lavorare su prenotazione. Chi, però, non ha potuto fare ciò, pensiamo, ad esempio, a tanti servizi resi dalle ASL, il numero degli utenti, a causa delle limitazioni alla mobilità imposte per legge, è crollato, facendo così diminuire i tempi di attesa per quelle persone che, comunque, non potevano non esimersi dal sottoporsi a un esame specialistico o a un intervento chirurgico. Sebbene le code siano momentaneamente svanite, i tempi di erogazione delle prestazioni/servizi si sono però allungati. Un problema che, sin dall’avvento della pandemia, tutti avevamo intuito che sarebbe avvenuto.

Sono un milione e mezzo i dipendenti pubblici che lavorano ancora da casa ?

Sperando che nei prossimi mesi il Covid non ci riservi degli ulteriori colpi di coda, è necessario che la Pubblica Amministrazione possa contare sulla presenza in ufficio di tutto il personale. Sia perché abbiamo bisogno di una macchina statale che funzioni e riacquisti produttività sia perché non possono più esserci due pesi e due misure. Ovvero, lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. Al di là di ciò, quanti sono attualmente i dipendenti del pubblico impiego che lavorano da remoto ? Secondo il Ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, oltre il 50 per cento; stando ad alcune ricerche presentate qualche mese fa, invece, attorno al 30 per cento. Noi riteniamo maggiormente attendibile il dato fornito dal Ministro, anche se ci permettiamo di sottolineare che non possiamo più permetterci che un milione e mezzo circa di persone lavori da casa. Se, a pieno organico, nel periodo pre-Covid la nostra PA presentava livelli di soddisfazione del servizio reso tra i più bassi d’Europa, figuriamoci adesso. Intendiamoci, molti settori pubblici durante la pandemia hanno dimostrato livelli di efficienza straordinari, altri, però, hanno rallentato tremendamente la velocità di erogazione delle prestazioni, “spingendo” molti cittadini a rivolgersi al settore privato, cosicché molte persone sono state costrette a pagare due volte: con la fiscalità generale e saldando la fattura ricevuta per il servizio reso da un libero professionista o da un’ impresa.

sabato 29 maggio 2021

Cgia: "P.a. italiana ultima in Ue per qualita’ percepita dei servizi pubblici resi ai cittadini"

MESTRE - Siamo desolatamente ultimi. In Europa nessuna Pubblica Amministrazione (PA) ha un livello di gradimento così basso come il nostro. I dati presentati dall’Ufficio studi della CGIA sono riferiti all’ indagine campionaria che periodicamente viene realizzata dalla Commissione Europea fra i 27 paesi dell’Unione. Dall’ultima rilevazione, tenutasi nei mesi di febbraio-marzo 2021, emergono dei risultati impietosi; solo il 22 per cento degli italiani considera “abbastanza buona e molto buona” l’offerta dei servizi pubblici erogata dalla nostra PA.

La media europea - continua la Cgia - si è attestata al 46 per cento: mentre in Spagna si è fermata al 38, in Francia al 50 e in Germania al 55 per cento. Tra le primissime posizioni scorgiamo che il terzo gradino del podio è occupato dalla Finlandia, con un apprezzamento dei servizi resi dalla propria PA pari all’81 per cento. Al secondo posto si collocano i Paesi Bassi con l’86 per cento e, infine, sul tetto della classifica scorgiamo il Lussemburgo con il 92 per cento.

Sebbene la tendenza regressiva si sia verificata anche in altri importanti paesi europei (come la Spagna, la Germania e l’Austria), il Covid ha peggiorato il sentiment degli italiani verso la nostra PA. Se nell’indagine campionaria tenutasi nel novembre 2019 la percentuale delle persone che erano soddisfatte dell’efficienza dei servizi elargiti dalla nostra PA era al 30 per cento, tra febbraio-marzo di quest’anno la stessa è scesa al 22 per cento.

Le ragioni che hanno causato un peggioramento del livello di soddisfazione degli italiani nei confronti della qualità dei servizi forniti dalla “macchina pubblica” vanno, a nostro avviso, ricercate negli accadimenti maturati nell’ultimo anno che, in sintesi, sono:

i forti ritardi con cui all’inizio della pandemia sono stati erogati i ristori alle aziende o la cassaintegrazione ai lavoratori dipendenti; i blocchi e poi le ripartenze, avvenute prevalentemente in modalità a distanza, che hanno ulteriormente rallentato l’attività giudiziaria; il piano vaccinale che è iniziato tra mille difficoltà; la dilatazione dei tempi di risposta che ha contraddistinto la performance di moltissimi enti locali…

sabato 4 luglio 2020

Cgia: "Paga con difficoltà, ma la P.a. è la principale cliente delle pmi"


MESTRE - “Sebbene la puntualità dei pagamenti rimanga ancora una questione irrisolta – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – con i suoi 140 miliardi di euro di commesse all’anno, pari a circa l’8 per cento del Pil nazionale, la nostra Pubblica Amministrazione è la principale cliente di una parte importante delle imprese italiane. In termini assoluti, infatti, le aziende che lavorano per gli enti statali sono circa un milione”.

Gli artigiani mestrini, che insistono nell’occuparsi delle transazioni commerciali tra le imprese e la nostra Pubblica Amministrazione (PA), sollevano anche un grosso interrogativo: “Dopo la sentenza di condanna emessa dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nel gennaio scorso - dichiara il segretario della CGIA Renato Mason - corriamo il pericolo di pagare una maximulta da 2 miliardi di euro ?”.

Il dubbio è emerso a seguito delle dichiarazioni rilasciate da alcuni autorevoli esperti che hanno sostenuto che i sistematici ritardi nei pagamenti compiuti dalla nostra PA potrebbero far scattare una sanzione europea come quella ricevuta per le quote latte che, fino adora, ci è costata circa 2 miliardi di euro. Tutto questo, comunque, potrà essere evitato se lo Stato italiano metterà fine a questa cattiva abitudine. Ipotesi, vista la crisi di liquidità post-COVID, che sta colpendo anche lo Stato e le sue articolazioni periferiche, pare essere difficilmente perseguibile, almeno per l’anno in corso.

“Sebbene i dati Eurostat dicano che i debiti commerciali di sola parte corrente siano negli ultimi 4 anni in costante aumento, sfiorando nel 2019 i 50 miliardi di euro – prosegue Zabeo - i ritardi nei pagamenti della nostra PA continuano ad essere un malcostume molto diffuso nel nostro Paese. E alla luce del fatto che quasi la metà di questi mancati pagamenti sono riconducibili alla sanità, perché non ricorrere alla nuova versione del MES 2 , anche per liquidare i fornitori delle nostre aziende ospedaliere ?” (vedi Graf. 1).

Ma la cosa più inammissibile di tutta questa vicenda, prosegue la CGIA, è che nessuno è in grado di affermare a quanto assomma esattamente il debito commerciale della nostra PA. Sebbene da qualche anno le imprese che lavorano per la PA abbiano l’obbligo di emettere la fattura elettronica. Ricordiamo, inoltre, che l’avvento dell’e-fattura avrebbe dovuto eliminare un altro grosso problema che assilla i fornitori degli enti pubblici: vale a dire lo split payment.

“La nostra PA – conclude Renato Mason - non solo paga con ritardi spesso ingiustificabili, ma quando lo fa non versa più l’Iva al proprio fornitore. Pertanto, le imprese che lavorano per lo Stato, scontano anche il mancato incasso dell’imposta che, pur rappresentando una partita di giro, consentiva alle imprese di avere maggiore liquidità per fronteggiare i pagamenti correnti. Altresì, con l’introduzione dello split payment, i fornitori si trovano a credito di Iva, in quanto l’imposta sul valore aggiunto che pagano quando effettuano gli acquisti di beni e servizi non è più compensata da quella incassata sulle fatture attive. Paradossalmente, con una dimensione di crediti Iva importanti, molte aziende finanziano indirettamente lo Stato”. Segnaliamo che lo split payment è stato introdotto nel 2015. Questa misura, infatti, ha obbligato le Amministrazioni centrali dello Stato (e dal 1° luglio 2017 anche le aziende pubbliche controllate dallo stesso) a trattenere l’Iva delle fatture ricevute e a versarla direttamente all’erario.

L’obbiettivo dichiarato è quello di contrastare l’evasione fiscale, evitando che una volta incassato il corrispettivo dal committente pubblico, l’impresa privata non versi al fisco l’imposta sul valore aggiunto. Il meccanismo, sicuramente efficace nell’impedire che l’imprenditore disonesto non versi l’Iva all’erario, ha però provocato molti problemi finanziari a tutti coloro che con l’evasione, invece, nulla hanno a che fare. Vale a dire la quasi totalità delle imprese che lavora per la PA. In termini generali, comunque, la soluzione proposta dalla CGIA per risolvere l’eccessivo stock di debito commerciale accumulato dalla PA è quella di consentire la compensazione secca, diretta e universale tra i debiti dell’Amministrazione verso le imprese e le passività fiscali e contributive in capo a queste ultime.

Grazie a questo automatismo potremmo risolvere questa cattiva abitudine in tempi ragionevolmente brevi. La CGIA, infine, sottolinea che secondo i dati riportati dalla Corte dei Conti 3 , si starebbe consolidando una tendenza in atto da alcuni anni che vede le Amministrazioni pubbliche puntuali nel pagamento delle fatture di importo maggiore e ritardare intenzionalmente la liquidazione di quelle di importo meno elevato. Una modalità operativa che, ovviamente, penalizza le piccole imprese che, generalmente, lavorano in appalti o forniture di importi nettamente inferiori a quelli “riservati” alle attività produttive di dimensione superiore.

sabato 20 giugno 2020

Cgia: i debiti delle P.a. aumentano


MESTRE - Secondo l’Eurostat , fa sapere l’Ufficio studi della CGIA, i debiti commerciali della nostra Pubblica Amministrazioni (PA) sono in aumento. Sebbene questi dati non contengono la componente in conto capitale, che secondo alcune stime ammonterebbe tra i 7-8 miliardi di euro all’anno, i mancati pagamenti di parte corrente hanno toccato, il 31 dicembre scorso, i 49,4 miliardi di euro.

“In attesa che il ministero dell’Economia certifichi ufficialmente a quanto ammonta il debito commerciale della nostra PA – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – la situazione è destinata a peggiorare. Se le difficoltà degli enti locali sono sotto gli occhi di tutti, nulla lasciava presagire che avessero problemi perfino le amministrazioni centrali. Oltre ai ministeri, in questo primo trimestre dell’anno anche una parte dell’Amministrazione finanziaria non ha rispettato i tempi di pagamento. Ancorché la Giustizia tributaria e tre Agenzie fiscali abbiano saldato i propri fornitori in anticipo, il Demanio, invece, ha liquidato le imprese dopo 7 giorni dalla scadenza prevista per legge, il ministero delle Finanze dopo 8 e la Guardia di Finanza addirittura dopo 136”.

Le cifre riportate dall’Eurostat evidenziano, inoltre, che negli ultimi 4 anni lo stock complessivo è in costante crescita. Se nel 2016 i debiti di parte corrente erano 44,3, nel 2017 sono saliti a 45,6, nel 2018 hanno toccato i 47,8 per arrivare, come abbiamo appena riportato più sopra, a 49,4 miliardi nel 2019 (vedi Graf. 2). L’anno scorso, il dato assoluto era pari al 2,8 per cento del Pil: tra i 27 paesi Ue monitorati, solo la Croazia, con il 2,9 per cento, ha registrato una incidenza più elevata della nostra.

sabato 13 giugno 2020

Pmi, Cgia: tra burocrazia e debiti P.a. grava un costo da 100 mld


ROMA - Tra tutti gli imprenditori dell’area dell’euro intervistati dall’Unione europea, gli italiani sono quelli che hanno denunciato con più veemenza degli altri la complessità delle procedure amministrative a cui sono sottoposti . Su dieci intervistati, nove hanno affermato di essersi trovati in grave difficoltà ogni qual volta hanno dovuto applicare le disposizioni richieste dai nostri uffici pubblici.

Tra moduli da compilare, certificati da produrre e adempimenti da espletare, la nostra Pubblica Amministrazione (PA) continua ad alimentare la malaburocrazia che nel nostro Paese ha ormai raggiunto una dimensione non più accettabile. Dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo:

“La stima del costo che incombe sul nostro sistema produttivo per la gestione dei rapporti con la PA ammonta a 57,2 miliardi di euro . Se a questi aggiungiamo anche i mancati pagamenti da parte dello Stato centrale e delle Autonomie locali nei confronti dei propri fornitori – che nonostante i 12 miliardi messi a disposizione con il decreto Rilancio dovrebbero abbassare lo stock del debito commerciale a 42 miliardi circa – il cattivo funzionamento del nostro settore pubblico grava sul sistema produttivo italiano per quasi 100 miliardi di euro all’anno ”.

Queste cifre confermano che le nostre aziende sono sempre più schiacciate da una burocrazia cieca e ottusa e da un cattivo funzionamento della PA che non sembra essere in grado di redimersi. Sebbene possiamo contare anche noi su punte di eccellenza della nostra Amministrazione pubblica che ci sono invidiate in tutta Europa, in questa fase di COVID le cose, purtroppo, sono peggiorate…

sabato 1 giugno 2019

Cgia: "Debiti P.a. scesi a 53 mld, ma italiani restano cattivi pagatori"

(Pixabay)
MESTRE - Secondo la stima riportata nella “Relazione annuale 2018”, presentata ieri dal Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, l’ammontare complessivo dei debiti commerciali della nostra Pubblica Amministrazione (PA) sarebbe pari a 53 miliardi di euro. In calo, rispetto al 2017, di 4 miliardi.

L’utilizzo del condizionale è d’obbligo, visto che la periodica indagine condotta dai ricercatori di via Nazionale si basa su indagini statistiche, condotte sulle imprese, e dalle segnalazioni di vigilanza da cui emergono dei risultati che, secondo gli stessi estensori delle stime, sono caratterizzati da un elevato grado di incertezza.

Al di là della precisazione appena riportata più sopra, che evidenzia quanto sia intollerabile che il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) non riesca ancora adesso a quantificare con esattezza l’ ammontare complessivo del debito commerciale contratto dalla PA italiana con i propri fornitori, il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA, Paolo Zabeo, afferma: “Pur riconoscendo l’impegno profuso negli ultimi anni, in Europa nessun altro Paese può contare su un debito commerciale così smisurato. Secondo i dati Eurostat, la Grecia, ad esempio, ha un’incidenza dei mancati pagamenti di parte corrente sul Pil dell’1,4 per cento, mentre da noi è al 2,9 per cento, praticamente il doppio. Una situazione inaccettabile per un Paese civile che continua a produrre effetti molto negativi sui bilanci di migliaia e migliaia di imprese fornitrici della nostra PA”.

sabato 18 febbraio 2017

P.a., Madia: 50mila assunzioni, in studio sblocco turn over

ROMA - E' stata confermata dal Governo Gentiloni l'assunzione di 50mila precari e le norme sui licenziamenti sprint dei furbetti del cartellino. Il ministro per la Pubblica Amministrazione. Marianna Madia, in un'intervista al Messaggero, ha ribadito il via alla riforme ("stabilizzato chi ha un contratto a tempo da almeno tre anni") spiegando che è allo studio anche lo sblocco del turn over.

Pronti 2,1 miliardi per gli adeguamenti salariali. "Secondo le nostre stime sono circa 50mila" i precari che verranno stabilizzati con la riforma del pubblico impiego, ha detto. "Abbiamo considerato coloro che hanno contratti temporanei da oltre tre anni. Il piano sarà in vigore dal 2018 al 2020".

Alla domanda quindi se il turn over verrà sbloccato, il ministro ha risposto: "stiamo ragionando nell'ambito del governo di rivedere il turn over per gli enti locali. Nel Testo unico ci sarà una norma sperimentale sulle Regioni e sulle Città metropolitane virtuose". Chiuso il Testo unico si apre il tavolo sul contratto con l'aumento di 85 euro. "Stiamo chiudendo il riparto delle risorse del fondo finanziato nella manovra e che serve a diversi scopi - ha spiegato la Madia - La parte prevalente andrà ai dipendenti pubblici. Ci sono 900 milioni per il 2017 che diventano 1,2 miliardi nel 2018. Sono circa la metà delle risorse necessarie. Il resto lo stanzieremo nella prossima Legge di stabilità"

sabato 29 ottobre 2016

P.a, in arrivo checklist Sblocca opere

(ANSA) - ROMA, 29 OTT - Dal numero dei nuovi posti di lavoro all'ammontare degli investimenti, passando per l'impatto sull'indotto e sul territorio. Secondo quanto si apprende sarebbero questi i principali criteri attraverso cui valutare quanto sia strategica un'opera e quindi riconoscergli i benefici previsti dal decreto Madia, attuativo della riforma P.a, che entrerà in vigore a giorni, precisamente l'11 novembre. Una sorta quindi di checklist, sulla cui scorta selezionare i progetti che potranno avvalersi della corsia preferenziale: fino al dimezzamento dei tempi burocratici e intervento del premier in caso di stallo.

sabato 31 ottobre 2015

L.Stabilità: Governo a caccia di risorse per Province

ROMA - Servono tra i 100 ed i 200 milioni per consentire alle Province di continuare a pagare il personale in attesa di essere trasferito. E altri 2-300 per attenuare il taglio già previsto con la Stabilità dello scorso anno che potrebbe portare molti enti al dissesto. Sono le risorse, in tutto almeno 500 milioni, che il governo sta cercando per aumentare il sostegno per le Province in legge di Stabilità. Intanto il 2 'scade' il termine per gli elenchi dei soprannumeri sul portale del ministero P.a..

sabato 22 agosto 2015

S.review: Cottarelli, "tagli per altri 3-5 miliardi sanità"

Nel settore della sanità sono possibili risparmi ulteriori "tra i tre ed i cinque miliardi di euro senza stravolgere il sistema, senza contare i risparmi sugli acquisti di beni e servizi". Lo dice il direttore esecutivo del Fmi Carlo Cottarelli intervendo al Meeting di Cl. Rilevando che la spesa per la sanità in Italia "è aumentata negli ultimi trenta anni, anche se meno di quanto non sia avvenuto in altri Paesi", e che il sistema italiano "è abbastanza virtuoso rispetto anche alla Germania", l'ex commissario della spending review sottolinea: "Il sistema sanitario nazionale funziona, ma ci sono risparmi da fare soprattutto perchè l'efficienza è molto diversa tra le varie regioni ed anche all'interno di ciascuna di esse. Una cifra possibile di risparmi senza stravolgere il sistema è tra i tre ed i cinquemiliardi di ulteriori risparmi rispetto a quanto è stato fatto. Ci sono margini importanti. L'importate è procedere con un intervento mirato", conclude.

Inoltre per Cottarelli è "credibile e raggiungibile" l'obiettivo di dieci miliardi di euro per il prossimo anno messo in cantiere dalla 'spending review 2.0' del governo. Quanto alle partecipate, Cottarelli non vede positivamente la scelta del governo di adottare lo strumento della delega legislativa, ribadendo che su questo fronte sarebbero possibili "interventi ulteriori per 2-3 miliardi".